Tra i temi più dibattuti dalle scienze umane e sociali, in ordine alle sfide della contemporaneità, emergono quelli dell’urgenza e dell’ansia generate dalla società dei consumi. Il momento storico che stiamo attraversando, complice la massiccia e capillare diffusione di dispositivi mobili e di tecnologie che consentono un rapido e, nel complesso, poco dispendioso accesso alla rete, è caratterizzato dalla propensione delle persone a “esserci” piuttosto che ad “essere”. L’utilizzo dei nuovi media, in particolare dei social network, moltiplica le occasioni per mettersi in mostra, nel tentativo di non sentirsi esclusi e di non rimanere soli ai piedi del “palcoscenico” virtuale. In quella che il Censis definisce “era bio-mediatica” (2018, pp. 8-10), Internet e i dispositivi mobili sono diventati le tecnologie dominanti per la celebrazione digitale dell’io, mentre la nostra società continua a sbalzare con sempre maggiore intensità giovani e adulti in quella dimensione che Vanni Codeluppi definisce di “vetrinizzazione sociale” (2009, p. 9). L’agire performativo e la “prestazione” diventano, dunque, strumenti culturali che generano senso di appartenenza, sotto l’impulso, costante e artificioso, di mettere in scena il proprio corpo, i propri sentimenti e i propri desideri. Muovendosi all’interno della cornice socioculturale appena descritta, il presente contributo propone una lettura pedagogica del concetto di performance tentando, da un lato, di comprendere come sia possibile recuperare il significato educativo, culturale e comunicativo della stessa; dall’altro individuando nella “reflection in action” (Schön, 1993) e nel “self-directed learning” (Knowles, 1975) strumenti funzionali al transito da una concezione performativa ed etero-direzionata dell’agire personale ad una concezione tras-formativa, e quindi assiologicamente orientata, dell’agire medesimo.

Agire performativo e smarrimento dell’identità giovanile nella società dei consumi

Farina, T.
2020-01-01

Abstract

Tra i temi più dibattuti dalle scienze umane e sociali, in ordine alle sfide della contemporaneità, emergono quelli dell’urgenza e dell’ansia generate dalla società dei consumi. Il momento storico che stiamo attraversando, complice la massiccia e capillare diffusione di dispositivi mobili e di tecnologie che consentono un rapido e, nel complesso, poco dispendioso accesso alla rete, è caratterizzato dalla propensione delle persone a “esserci” piuttosto che ad “essere”. L’utilizzo dei nuovi media, in particolare dei social network, moltiplica le occasioni per mettersi in mostra, nel tentativo di non sentirsi esclusi e di non rimanere soli ai piedi del “palcoscenico” virtuale. In quella che il Censis definisce “era bio-mediatica” (2018, pp. 8-10), Internet e i dispositivi mobili sono diventati le tecnologie dominanti per la celebrazione digitale dell’io, mentre la nostra società continua a sbalzare con sempre maggiore intensità giovani e adulti in quella dimensione che Vanni Codeluppi definisce di “vetrinizzazione sociale” (2009, p. 9). L’agire performativo e la “prestazione” diventano, dunque, strumenti culturali che generano senso di appartenenza, sotto l’impulso, costante e artificioso, di mettere in scena il proprio corpo, i propri sentimenti e i propri desideri. Muovendosi all’interno della cornice socioculturale appena descritta, il presente contributo propone una lettura pedagogica del concetto di performance tentando, da un lato, di comprendere come sia possibile recuperare il significato educativo, culturale e comunicativo della stessa; dall’altro individuando nella “reflection in action” (Schön, 1993) e nel “self-directed learning” (Knowles, 1975) strumenti funzionali al transito da una concezione performativa ed etero-direzionata dell’agire personale ad una concezione tras-formativa, e quindi assiologicamente orientata, dell’agire medesimo.
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