La presente proposta nasce nell’alveo della collaborazione scientifica fra il Dipartimento di Scienze della formazione, dei beni culturali e del turismo dell’Università di Macerata e IACC-Italia ETS (Associazione Italiana dei Consulenti/Progettisti del Colore), finalizzata alla progettazione e realizzazione di attività formative, percorsi didattici-laboratoriali e sperimentazioni sulla cultura progettuale del colore e sul suo valore sociale, in relazione all’insorgere di nuove fragilità e vulnerabilità nei contesti educativi. In questo quadro, il contributo assume il colore non quale semplice elemento estetico, bensì quale medium espressivo e comunicativo capace di veicolare significati cognitivi, emotivi e narrativi (Botti & Caiazzo, 2021; Maule, Skelton & Franklin, 2023; Jiménez-Duarte, Terrón-López & Castilla-Cebrián, 2026): la letteratura recente mostra, infatti, come, nell’illustrazione e nella narrazione per immagini, il colore operi quale dispositivo semiotico capace di strutturare la comprensione delle vicende narrate e di orientare la risposta emotiva del lettore, anche quando i temi affrontati sono l’emergenza e la guerra (Farina, 2022; Chen, 2025). Muovendo da tale cornice teorica, la proposta rielabora, adattandola al contesto universitario, un’esperienza didattica condotta presso la Rome University of Fine Arts (RUFA), nell’ambito del corso di Cromatologia tenuto dal docente, esperto di colore e Presidente di IACC Italia, Massimo Caiazzo. Da tale esperienza sono nate le cinque narrazioni per immagini raccolte nel pamphlet illustrato: Cinque modi per dire guerra, in cui il colore è diventato strumento narrativo per interrogare le contraddizioni del presente e le guerre (in particolare, quelle in atto in Ucraina e nella striscia di Gaza). L’esercizio, proposto agli studenti del Corso di Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche (LM-85) nell’ambito dell’insegnamento di Pedagogia delle emergenze attivo presso il Dipartimento di Scienze della formazione, dei beni culturali e del turismo dell’Università di Macerata, articola momenti di elaborazione individuale e di restituzione collettiva e chiede di riflettere, attraverso il disegno e il colore, sull’attualità dei conflitti contemporanei. Il principale riferimento culturale adottato è Janusz Korczak, pedagogista e scrittore polacco che, durante la Seconda guerra mondiale, scelse di accompagnare i bambini dell’orfanotrofio ebraico del ghetto di Varsavia fino alla deportazione, incarnando un esempio estremo di responsabilità e testimonianza educativa. L’attualizzazione della sua lezione ai conflitti odierni ha inteso sollecitare negli studenti – futuri pedagogisti chiamati a operare anche in contesti di marginalità e di emergenza – una riflessione critica sulla guerra che si traduca in un atto di immaginazione e di responsabilità condivisa. In questa prospettiva, l’educazione ai linguaggi artistici viene letta come forma di opposizione alla rassegnazione e stimolo all’immaginazione, in dialogo, da un lato, con la tradizione pedagogica che riconosce nell’arte e nella creatività strumenti di emancipazione e di trasformazione critica della realtà (Freire, 1971); dall’altro, con la riflessione sulla “pedagogia della possibilità” quale antidoto al pensiero unico e alla naturalizzazione della violenza (Giroux, 1992; Nussbaum, 2013). Il contributo intende, dunque, discutere le premesse teoriche, la struttura metodologica e le prime ricadute didattiche dell’esercizio, proponendolo come possibile strumento operativo di educazione ai linguaggi artistici nella formazione terziaria di educatori e pedagogisti.
Dire la guerra a colori. Una proposta di attività didattica laboratoriale universitaria, tra arte e pedagogia
Farina, T.
2026-01-01
Abstract
La presente proposta nasce nell’alveo della collaborazione scientifica fra il Dipartimento di Scienze della formazione, dei beni culturali e del turismo dell’Università di Macerata e IACC-Italia ETS (Associazione Italiana dei Consulenti/Progettisti del Colore), finalizzata alla progettazione e realizzazione di attività formative, percorsi didattici-laboratoriali e sperimentazioni sulla cultura progettuale del colore e sul suo valore sociale, in relazione all’insorgere di nuove fragilità e vulnerabilità nei contesti educativi. In questo quadro, il contributo assume il colore non quale semplice elemento estetico, bensì quale medium espressivo e comunicativo capace di veicolare significati cognitivi, emotivi e narrativi (Botti & Caiazzo, 2021; Maule, Skelton & Franklin, 2023; Jiménez-Duarte, Terrón-López & Castilla-Cebrián, 2026): la letteratura recente mostra, infatti, come, nell’illustrazione e nella narrazione per immagini, il colore operi quale dispositivo semiotico capace di strutturare la comprensione delle vicende narrate e di orientare la risposta emotiva del lettore, anche quando i temi affrontati sono l’emergenza e la guerra (Farina, 2022; Chen, 2025). Muovendo da tale cornice teorica, la proposta rielabora, adattandola al contesto universitario, un’esperienza didattica condotta presso la Rome University of Fine Arts (RUFA), nell’ambito del corso di Cromatologia tenuto dal docente, esperto di colore e Presidente di IACC Italia, Massimo Caiazzo. Da tale esperienza sono nate le cinque narrazioni per immagini raccolte nel pamphlet illustrato: Cinque modi per dire guerra, in cui il colore è diventato strumento narrativo per interrogare le contraddizioni del presente e le guerre (in particolare, quelle in atto in Ucraina e nella striscia di Gaza). L’esercizio, proposto agli studenti del Corso di Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche (LM-85) nell’ambito dell’insegnamento di Pedagogia delle emergenze attivo presso il Dipartimento di Scienze della formazione, dei beni culturali e del turismo dell’Università di Macerata, articola momenti di elaborazione individuale e di restituzione collettiva e chiede di riflettere, attraverso il disegno e il colore, sull’attualità dei conflitti contemporanei. Il principale riferimento culturale adottato è Janusz Korczak, pedagogista e scrittore polacco che, durante la Seconda guerra mondiale, scelse di accompagnare i bambini dell’orfanotrofio ebraico del ghetto di Varsavia fino alla deportazione, incarnando un esempio estremo di responsabilità e testimonianza educativa. L’attualizzazione della sua lezione ai conflitti odierni ha inteso sollecitare negli studenti – futuri pedagogisti chiamati a operare anche in contesti di marginalità e di emergenza – una riflessione critica sulla guerra che si traduca in un atto di immaginazione e di responsabilità condivisa. In questa prospettiva, l’educazione ai linguaggi artistici viene letta come forma di opposizione alla rassegnazione e stimolo all’immaginazione, in dialogo, da un lato, con la tradizione pedagogica che riconosce nell’arte e nella creatività strumenti di emancipazione e di trasformazione critica della realtà (Freire, 1971); dall’altro, con la riflessione sulla “pedagogia della possibilità” quale antidoto al pensiero unico e alla naturalizzazione della violenza (Giroux, 1992; Nussbaum, 2013). Il contributo intende, dunque, discutere le premesse teoriche, la struttura metodologica e le prime ricadute didattiche dell’esercizio, proponendolo come possibile strumento operativo di educazione ai linguaggi artistici nella formazione terziaria di educatori e pedagogisti.| File | Dimensione | Formato | |
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