I sistemi dell’istruzione rappresentano, da sempre, le infrastrutture che sostengono il futuro delle società. Da almeno due decenni, tuttavia, tali sistemi – incluso quello universitario – stanno tutti attraversando una profonda crisi di adattamento che ha gradualmente incrinato la fiducia e le aspettative dei giovani. A fronte di insicurezze diffuse e investimenti discontinui, le metriche della knowledge economy (OECD, 1996) rischiano di ridurre i fini dell’istruzione unicamente a occupabilità e output misurabili, lasciando in ombra formazione, giustizia e sostenibilità sociale. Il presente contributo insiste sul riposizionamento dell’Università come “bene comune” e come semiosfera (Lotman, 1985): uno spazio vivo di testi, codici e memorie dove i confini sono zone di traduzione tra discipline, professioni e territori. In cui il rapporto centro-periferia è dinamico e la memoria istituzionale rende espliciti i criteri di ciò che intende conservare e, allo stesso tempo, superare in una prospettiva evolutiva, di implementazione e miglioramento. In questa chiave, curricoli student-centred e transdisciplinari, co-docenze, ecosistemi di innovazione in grado di sperimentare e sviluppare soluzioni tecnologiche e servizi in contesti di vita reale, con il coinvolgimento di partner civici, possono contribuire a istituzionalizzare tale sforzo di traduzione e a rendere visibile l’impatto sociale dell’apprendere. La valutazione, in questo quadro, si riallinea verso dispositivi generativi che documentano attraversamenti di linguaggi e pratiche di cittadinanza. La cornice delineata risponde anche alla “dieta” politica di Agenda 2030: non bastano enunciazioni, servono programmi, metodologie e governance che inseriscano, in tutti i percorsi dell’istruzione, l’educazione alla pace, ai diritti, all’ambiente e allo sviluppo, quali architravi di una cittadinanza planetaria. A partecipare alla trasformazione e al rinnovamento di una tale infrastruttura può partecipare perfino l’intelligenza artificiale (Corsi et al., 2024): non un “oracolo”, quest’ultima, né una minaccia, ma un mediatore fra testo, dati e immagini: in specie, se calato entro regole di trasparenza, equità e verificabilità, e accompagnato dallo sviluppo professionale dei docenti e dalla partecipazione studentesca nei riguardi di scelte di utilizzo, corrette e competenti. Dove, analizzando anche le evidenze in ordine ai trend di spesa e di crescita degli asset intangibili a livello globale (World Bank, 2018), il presente contributo intende proporre, da un lato, alcuni indicatori per misurare la vitalità della “semiosfera universitaria” (quali, ad esempio: l’eteroglossia dei syllabi, la densità dei confini fra le discipline, il tasso di traduzione degli output ecc.); dall’altro, gli strumenti a favore di politiche e didattiche in grado di trasformare l’incertezza in agentività condivisa, e riallineando fini, mezzi e metriche, alla misura umana dell’educazione.

L’Università come “bene comune”: dall’orizzonte performativo a una prospettiva “ecologica” dell'istruzione terziaria

Farina, T.
2026-01-01

Abstract

I sistemi dell’istruzione rappresentano, da sempre, le infrastrutture che sostengono il futuro delle società. Da almeno due decenni, tuttavia, tali sistemi – incluso quello universitario – stanno tutti attraversando una profonda crisi di adattamento che ha gradualmente incrinato la fiducia e le aspettative dei giovani. A fronte di insicurezze diffuse e investimenti discontinui, le metriche della knowledge economy (OECD, 1996) rischiano di ridurre i fini dell’istruzione unicamente a occupabilità e output misurabili, lasciando in ombra formazione, giustizia e sostenibilità sociale. Il presente contributo insiste sul riposizionamento dell’Università come “bene comune” e come semiosfera (Lotman, 1985): uno spazio vivo di testi, codici e memorie dove i confini sono zone di traduzione tra discipline, professioni e territori. In cui il rapporto centro-periferia è dinamico e la memoria istituzionale rende espliciti i criteri di ciò che intende conservare e, allo stesso tempo, superare in una prospettiva evolutiva, di implementazione e miglioramento. In questa chiave, curricoli student-centred e transdisciplinari, co-docenze, ecosistemi di innovazione in grado di sperimentare e sviluppare soluzioni tecnologiche e servizi in contesti di vita reale, con il coinvolgimento di partner civici, possono contribuire a istituzionalizzare tale sforzo di traduzione e a rendere visibile l’impatto sociale dell’apprendere. La valutazione, in questo quadro, si riallinea verso dispositivi generativi che documentano attraversamenti di linguaggi e pratiche di cittadinanza. La cornice delineata risponde anche alla “dieta” politica di Agenda 2030: non bastano enunciazioni, servono programmi, metodologie e governance che inseriscano, in tutti i percorsi dell’istruzione, l’educazione alla pace, ai diritti, all’ambiente e allo sviluppo, quali architravi di una cittadinanza planetaria. A partecipare alla trasformazione e al rinnovamento di una tale infrastruttura può partecipare perfino l’intelligenza artificiale (Corsi et al., 2024): non un “oracolo”, quest’ultima, né una minaccia, ma un mediatore fra testo, dati e immagini: in specie, se calato entro regole di trasparenza, equità e verificabilità, e accompagnato dallo sviluppo professionale dei docenti e dalla partecipazione studentesca nei riguardi di scelte di utilizzo, corrette e competenti. Dove, analizzando anche le evidenze in ordine ai trend di spesa e di crescita degli asset intangibili a livello globale (World Bank, 2018), il presente contributo intende proporre, da un lato, alcuni indicatori per misurare la vitalità della “semiosfera universitaria” (quali, ad esempio: l’eteroglossia dei syllabi, la densità dei confini fra le discipline, il tasso di traduzione degli output ecc.); dall’altro, gli strumenti a favore di politiche e didattiche in grado di trasformare l’incertezza in agentività condivisa, e riallineando fini, mezzi e metriche, alla misura umana dell’educazione.
2026
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