Il cambiamento del contesto economico nazionale e internazionale e l’apertura dei mercati ha portato oltre confine le attività non solo delle grandi, ma anche delle piccole e medie imprese. E’ infatti ragionevole affermare che i nuovi modelli di business, quelli che realmente producono risultati in termini di sostenibilità ed efficienza, debbano essere internazionali (Harold et al., 2000). Tuttavia, ancora troppo spesso si guarda alle esperienze delle grandi imprese globali o multinazionali per individuare nuovi percorsi di sviluppo aziendale, o quantomeno per trarne spunti ed esperienze replicabili. In Italia, a titolo esemplificativo, è difficile trovare riscontro in comportamenti manageriali che guidino le imprese minori ad ingrandirsi attraverso incorporazioni e fusioni, proprio perché molte realtà imprenditoriali vedono l’imprenditore e la sua famiglia identificarsi con l’impresa e il suo percorso temporale. Risulta, dunque, cruciale individuare modelli evolutivi che consentano alle imprese familiari di espandersi anche internazionalmente senza accrescere in maniera rilevante le loro dimensioni (Cedrola, 2008). Per lo sviluppo del modello di business e del vantaggio competitivo delle imprese italiane, la prospettiva relazionale e quella territoriale sono di particolare rilievo e attualità. Sul fronte delle relazioni, un crescente numero di contributi enfatizza il consolidarsi di modelli orientati al collaborative entrepreneurship. I vantaggi derivanti dalle relazioni sono particolarmente accentuati per le piccole e medie imprese (SMEs) che, attraverso la collaborazione, possono accedere a risorse esterne e a nuove opportunità di business (Miles et al. 2006; Pinchot 1985; Zahra 1995). In merito alla prospettiva territoriale, il territorio è sempre stato importante per le imprese italiane, specie se organizzate in distretti industriali (Becattini, 1990). All’interno dei distretti le imprese hanno tradizionalmente sviluppato conoscenza ed expertise di prodotto e di processo. Tuttavia, se per decenni il modello distrettuale - fondato sulla prossimità fisica delle imprese e sulla loro interdipendenza - ha funzionato, da qualche anno i risultati in termini di performance e crescita non sono più così soddisfacenti. Ciò ha indotto non pochi autori a pensare che la valenza dei distretti e della prossimità fisica volgano ormai al declino (Varaldo, 2006). Nasce dunque spontaneo un interrogativo: quale significato attuale e prospettico può avere il territorio all’interno dei percorsi di crescita e sviluppo delle imprese? Alcuni studiosi (es. Rullani, 2002, Cantù, Gavinelli, 2009) sottolineano come il territorio possa tuttora rappresentare una risorsa fondamentale per lo sviluppo d’impresa, poiché con le proprie infrastrutture, risorse umane e agevolazioni fiscali, sostiene lo sviluppo locale. Tuttavia la dotazione di risorse fisiche (hard) rappresenta solo una parte del contributo che il territorio è in grado di fornire alle imprese. Sono piuttosto le risorse soft ad incidere sull’attrattività del territorio stesso e sulla sua capacità di stimolare lo sviluppo delle economie locali, anche e soprattutto in prospettiva internazionale. Prime tra tutte ci sono le relazioni che sono drivers per la competitività delle imprese in quanto permettono la creazione e la condivisione del capitale di conoscenza e del capitale sociale. In quest’ottica le relazioni e il territorio diventano fattori decisivi per la crescita e lo sviluppo dell’impresa. Le relazioni si fanno strumento e modalità di creazione della conoscenza e della collaborazione. Il territorio diventa spazio sociale e contesto relazionale, oltre che spazio fisico per la produzione e lo scambio. Il presente lavoro si propone di comprendere se il territorio possa ancora essere considerato un driver di sviluppo e di competitività per l’impresa, considerando che l’attuale contesto competitivo spinge sempre più le imprese verso collaborazioni extra-locali.

The value of networks and territory in firm development

CEDROLA, ELENA
2013-01-01

Abstract

Il cambiamento del contesto economico nazionale e internazionale e l’apertura dei mercati ha portato oltre confine le attività non solo delle grandi, ma anche delle piccole e medie imprese. E’ infatti ragionevole affermare che i nuovi modelli di business, quelli che realmente producono risultati in termini di sostenibilità ed efficienza, debbano essere internazionali (Harold et al., 2000). Tuttavia, ancora troppo spesso si guarda alle esperienze delle grandi imprese globali o multinazionali per individuare nuovi percorsi di sviluppo aziendale, o quantomeno per trarne spunti ed esperienze replicabili. In Italia, a titolo esemplificativo, è difficile trovare riscontro in comportamenti manageriali che guidino le imprese minori ad ingrandirsi attraverso incorporazioni e fusioni, proprio perché molte realtà imprenditoriali vedono l’imprenditore e la sua famiglia identificarsi con l’impresa e il suo percorso temporale. Risulta, dunque, cruciale individuare modelli evolutivi che consentano alle imprese familiari di espandersi anche internazionalmente senza accrescere in maniera rilevante le loro dimensioni (Cedrola, 2008). Per lo sviluppo del modello di business e del vantaggio competitivo delle imprese italiane, la prospettiva relazionale e quella territoriale sono di particolare rilievo e attualità. Sul fronte delle relazioni, un crescente numero di contributi enfatizza il consolidarsi di modelli orientati al collaborative entrepreneurship. I vantaggi derivanti dalle relazioni sono particolarmente accentuati per le piccole e medie imprese (SMEs) che, attraverso la collaborazione, possono accedere a risorse esterne e a nuove opportunità di business (Miles et al. 2006; Pinchot 1985; Zahra 1995). In merito alla prospettiva territoriale, il territorio è sempre stato importante per le imprese italiane, specie se organizzate in distretti industriali (Becattini, 1990). All’interno dei distretti le imprese hanno tradizionalmente sviluppato conoscenza ed expertise di prodotto e di processo. Tuttavia, se per decenni il modello distrettuale - fondato sulla prossimità fisica delle imprese e sulla loro interdipendenza - ha funzionato, da qualche anno i risultati in termini di performance e crescita non sono più così soddisfacenti. Ciò ha indotto non pochi autori a pensare che la valenza dei distretti e della prossimità fisica volgano ormai al declino (Varaldo, 2006). Nasce dunque spontaneo un interrogativo: quale significato attuale e prospettico può avere il territorio all’interno dei percorsi di crescita e sviluppo delle imprese? Alcuni studiosi (es. Rullani, 2002, Cantù, Gavinelli, 2009) sottolineano come il territorio possa tuttora rappresentare una risorsa fondamentale per lo sviluppo d’impresa, poiché con le proprie infrastrutture, risorse umane e agevolazioni fiscali, sostiene lo sviluppo locale. Tuttavia la dotazione di risorse fisiche (hard) rappresenta solo una parte del contributo che il territorio è in grado di fornire alle imprese. Sono piuttosto le risorse soft ad incidere sull’attrattività del territorio stesso e sulla sua capacità di stimolare lo sviluppo delle economie locali, anche e soprattutto in prospettiva internazionale. Prime tra tutte ci sono le relazioni che sono drivers per la competitività delle imprese in quanto permettono la creazione e la condivisione del capitale di conoscenza e del capitale sociale. In quest’ottica le relazioni e il territorio diventano fattori decisivi per la crescita e lo sviluppo dell’impresa. Le relazioni si fanno strumento e modalità di creazione della conoscenza e della collaborazione. Il territorio diventa spazio sociale e contesto relazionale, oltre che spazio fisico per la produzione e lo scambio. Il presente lavoro si propone di comprendere se il territorio possa ancora essere considerato un driver di sviluppo e di competitività per l’impresa, considerando che l’attuale contesto competitivo spinge sempre più le imprese verso collaborazioni extra-locali.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11393/191874
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