Nella vita politica, la demonizzazione dell’avversario è un atteggiamento quanto mai ricorrente; la politica, infatti, si nutre spesso, o meglio, molto della figura del nemico. Nel senso che essa ha sempre in sé una componente persecutiva che sollecita i suoi attori a legittimarsi più sulla base della – totale o parziale – inadeguatezza dell’avversario che sui propri meriti. Ma ciò dipende anche dal fatto che la politica, per vivere, ha bisogno di convincere e coinvolgere, di interessare ed emozionare: la politica ha bisogno di passione. La logica dello scontro, del conflitto, della lotta per la vita o per la morte, efficace proprio nella sua elementarità, è quindi quanto mai utile a tale scopo. La lotta politica e ideologica contemporanea - almeno a partire dalla Rivoluzione francese ma in particolare nel corso del XX secolo - è stata caratterizzata dal prevalere di questa logica dicotomica e quindi il nemico politico, o meglio, l’avversario politico percepito come un nemico, ha inevitabilmente occupato una posizione centrale. Le accuse contro il nemico variano nel corso delle epoche storiche, ma tendono comunque a concentrarsi sul pericolo che l’arrivo o la vittoria del nemico rompano gli assi portanti su cui si regge la società. Per questo, egli viene accusato di voler distruggere innanzitutto l’ordine culturale – i fondamenti - della comunità aggredita, e quindi di voler instaurare un regno dove tutti i tabù vengono infranti. Utilizzare la figura del nemico e non quella del semplice avversario – le cui posizioni sono criticate, ma la cui presenza è accettata e legittima - significa giocare su un timore primario che accompagna la vita di ogni comunità. Il timore che la società, destrutturandosi, perda il proprio ordine, precipiti nel caos, nel disordine dell’indifferenziato in cui è possibile tutto e il contrario di tutto; un disordine contemporaneamente monotono e mostruoso. Tuttavia, il nemico non è solo il Nemico esterno, perché grande importanza ha anche il Nemico interno. Su questa figura in particolare si sofferma il presente volume, che arriva fino agli ultimi anni della vita politica italiana e cerca di spiegare le ragioni per cui questo scontro frontale è durato così e così costante è stata la delegittimazione reciproca tra forze di governo e di opposizione. Il volume intende infatti mettere in mostra come il ripetersi degli stessi slogan, degli stessi simboli e delle stesse raffigurazioni tra le principali culture politiche, anche quando diametralmente opposte, evidenzi come a ben vedere il ‘900, che è stato definito il «secolo degli estremi», delle contrapposizioni frontali, assomigli molto di più, per alcuni aspetti, al «secolo delle contaminazioni», delle silenziose influenze reciproche. La circolazione di slogan, immagini, raffigurazioni del nemico tra antigiolittismo, fascismo, sinistra marxista, ampi settori del mondo cattolico ed anche di quello laico e democratico, sembra risalire in primo luogo alla comune opposizione a una modernità accusata di esaltare l’individualismo e il materialismo, e quindi di disgregare la coesione sociale; e, in secondo luogo, alla convinzione che alla politica fosse assegnato un compito rigenerante a livello individuale e collettivo. Ciò non significa naturalmente cancellare le profonde differenze che distinguono le principali ideologie che si sono affrontate nel ‘900, né voler dimenticare che la loro opposizione è diventata, in alcune fasi, scontro aperto e sanguinoso. Per concludere, ci si sofferma sugli anni ’80 e ’90 del XX sec., che hanno rappresentato un vero e proprio passaggio epocale, in cui la politica – in particolare, grazie al sempre più rapido e incisivo affermarsi della società dei consumi e del mezzo televisivo - ha cambiato radicalmente natura.

Il nemico interno. Immagini, parole e simboli della lotta politica nell'Italia del '900

VENTRONE, Angelo
2005

Abstract

Nella vita politica, la demonizzazione dell’avversario è un atteggiamento quanto mai ricorrente; la politica, infatti, si nutre spesso, o meglio, molto della figura del nemico. Nel senso che essa ha sempre in sé una componente persecutiva che sollecita i suoi attori a legittimarsi più sulla base della – totale o parziale – inadeguatezza dell’avversario che sui propri meriti. Ma ciò dipende anche dal fatto che la politica, per vivere, ha bisogno di convincere e coinvolgere, di interessare ed emozionare: la politica ha bisogno di passione. La logica dello scontro, del conflitto, della lotta per la vita o per la morte, efficace proprio nella sua elementarità, è quindi quanto mai utile a tale scopo. La lotta politica e ideologica contemporanea - almeno a partire dalla Rivoluzione francese ma in particolare nel corso del XX secolo - è stata caratterizzata dal prevalere di questa logica dicotomica e quindi il nemico politico, o meglio, l’avversario politico percepito come un nemico, ha inevitabilmente occupato una posizione centrale. Le accuse contro il nemico variano nel corso delle epoche storiche, ma tendono comunque a concentrarsi sul pericolo che l’arrivo o la vittoria del nemico rompano gli assi portanti su cui si regge la società. Per questo, egli viene accusato di voler distruggere innanzitutto l’ordine culturale – i fondamenti - della comunità aggredita, e quindi di voler instaurare un regno dove tutti i tabù vengono infranti. Utilizzare la figura del nemico e non quella del semplice avversario – le cui posizioni sono criticate, ma la cui presenza è accettata e legittima - significa giocare su un timore primario che accompagna la vita di ogni comunità. Il timore che la società, destrutturandosi, perda il proprio ordine, precipiti nel caos, nel disordine dell’indifferenziato in cui è possibile tutto e il contrario di tutto; un disordine contemporaneamente monotono e mostruoso. Tuttavia, il nemico non è solo il Nemico esterno, perché grande importanza ha anche il Nemico interno. Su questa figura in particolare si sofferma il presente volume, che arriva fino agli ultimi anni della vita politica italiana e cerca di spiegare le ragioni per cui questo scontro frontale è durato così e così costante è stata la delegittimazione reciproca tra forze di governo e di opposizione. Il volume intende infatti mettere in mostra come il ripetersi degli stessi slogan, degli stessi simboli e delle stesse raffigurazioni tra le principali culture politiche, anche quando diametralmente opposte, evidenzi come a ben vedere il ‘900, che è stato definito il «secolo degli estremi», delle contrapposizioni frontali, assomigli molto di più, per alcuni aspetti, al «secolo delle contaminazioni», delle silenziose influenze reciproche. La circolazione di slogan, immagini, raffigurazioni del nemico tra antigiolittismo, fascismo, sinistra marxista, ampi settori del mondo cattolico ed anche di quello laico e democratico, sembra risalire in primo luogo alla comune opposizione a una modernità accusata di esaltare l’individualismo e il materialismo, e quindi di disgregare la coesione sociale; e, in secondo luogo, alla convinzione che alla politica fosse assegnato un compito rigenerante a livello individuale e collettivo. Ciò non significa naturalmente cancellare le profonde differenze che distinguono le principali ideologie che si sono affrontate nel ‘900, né voler dimenticare che la loro opposizione è diventata, in alcune fasi, scontro aperto e sanguinoso. Per concludere, ci si sofferma sugli anni ’80 e ’90 del XX sec., che hanno rappresentato un vero e proprio passaggio epocale, in cui la politica – in particolare, grazie al sempre più rapido e incisivo affermarsi della società dei consumi e del mezzo televisivo - ha cambiato radicalmente natura.
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