Il volume si struttura in tre capitoli. Il primo capitolo si propone di decifrare la legalità che inerisce al logos dell’abbandono e il modo attraverso cui esso agisce nella comprensione esistenziale dell’esperienza del dono. Questa decifrazione avviene a partire da un assunto metodologico che consiste nel riconoscere che il dono richiede al pensiero l’assunzione formale della simbolicità come luogo del senso, almeno del senso del dono. Il fatto che il dono sia un simbolo, come vedremo, assume così contemporaneamente sia una funzione metodologica sia una funzione di contenuto: poiché il pensiero che intenziona il dono sotto la forma del simbolo deve infine riconoscere che esso non solo si manifesta sotto le spoglie del simbolo, ma al contempo è simbolo. Avendo guadagnato tale assunto di metodo, dunque, il percorso interroga il dono nel suo incrocio con l’abbandono a partire da nuclei originari in cui il senso si presenta sotto forma simbolica, e cioè alcuni miti fondatori. Il secondo capitolo prova a fornire testimonianza di come tale logos abbia condizionato anche la comprensione filosofica del dono – riproponendo fedelmente le leggi che la comprensione esistenziale ha fatto emergere. Anche qui la scelta degli autori di riferimento può apparire arbitraria, ma ha una sua stringenza giustificativa. Derrida e Marion, infatti, sono i due autori che oggi prevalgono negli studi e nella letteratura filosofica sul tema, e Heidegger rappresenta, senza alcun dubbio, uno dei loro referenti più diretti. Tale scelta guadagna allora l’assoluzione dall’accusa dell’arbitrio, ma forse non si salva dall’accusa d’essere parziale. Accanto a questi tre autori, infatti, vi sono altri approcci filosofici al dono che avrebbero di sicuro meritato un’attenzione specifica. Il paradosso è che la nostra posizione, come emergerà anche troppo chiaramente, trova molti più accordi con queste altre posizioni che con quelle dei tre presi in considerazione. Ma ci è parso più corretto introdurci alla questione a partire dai luoghi della tradizione filosofica riconosciuti oggi come centrali rispetto al dono. D’altra parte, ciò che distingue i tre autori da quegli altri è precisamente il fatto d’essere implicati nell’ambigua comprensione del dono a partire dall’abbandono. La pre-comprensione che muove il nostro tentativo è differente, ma ciò non vuol dire che l’approccio con i nostri autori sia polemico. Riconosciamo in essi invece una profondità che nega qualunque lettura univoca: in questo senso in ognuno si può trovare il nesso dono-abbandono ma si possono rintracciare anche dei varchi e delle fughe in avanti che permettono di anticipare un pensiero del dono senza compromissione con l’abbandono. In questi varchi donati cercheremo allora di modellare la questione del dono secondo un codice autonomo, la cui capacità di essere filosoficamente rilevante è affidata tutta alla terza e ultima parte del percorso. Il terzo capitolo culminerà nell’affermazione di un modello universale del dono – da ritrovare nel fenomeno della nascita e, in particolare, nell’abbraccio ontologico del grembo. L’ultima tappa del percorso sarà dunque un ritorno all’inizio, in un doppio senso. Il primo senso è quello per cui si ritorna all’inizio del lavoro – che consisteva nella messa in questione della nascita compresa a partire dall’abbandono – per modificarne la lettura e cercare d’interpretare la nascita come un evento di dono, e non uno tra gli altri, ma l’evento originario e paradigmatico. Il secondo senso è proprio quello di riportare l’esperienza del dono al suo radicamento esistenziale – che è precisamente la radice dell’esistenza, il suo inizio.

La verità buona. Senso e figure del dono nel pensiero contemporaneo

LABATE, SERGIO PASQUALE
2004

Abstract

Il volume si struttura in tre capitoli. Il primo capitolo si propone di decifrare la legalità che inerisce al logos dell’abbandono e il modo attraverso cui esso agisce nella comprensione esistenziale dell’esperienza del dono. Questa decifrazione avviene a partire da un assunto metodologico che consiste nel riconoscere che il dono richiede al pensiero l’assunzione formale della simbolicità come luogo del senso, almeno del senso del dono. Il fatto che il dono sia un simbolo, come vedremo, assume così contemporaneamente sia una funzione metodologica sia una funzione di contenuto: poiché il pensiero che intenziona il dono sotto la forma del simbolo deve infine riconoscere che esso non solo si manifesta sotto le spoglie del simbolo, ma al contempo è simbolo. Avendo guadagnato tale assunto di metodo, dunque, il percorso interroga il dono nel suo incrocio con l’abbandono a partire da nuclei originari in cui il senso si presenta sotto forma simbolica, e cioè alcuni miti fondatori. Il secondo capitolo prova a fornire testimonianza di come tale logos abbia condizionato anche la comprensione filosofica del dono – riproponendo fedelmente le leggi che la comprensione esistenziale ha fatto emergere. Anche qui la scelta degli autori di riferimento può apparire arbitraria, ma ha una sua stringenza giustificativa. Derrida e Marion, infatti, sono i due autori che oggi prevalgono negli studi e nella letteratura filosofica sul tema, e Heidegger rappresenta, senza alcun dubbio, uno dei loro referenti più diretti. Tale scelta guadagna allora l’assoluzione dall’accusa dell’arbitrio, ma forse non si salva dall’accusa d’essere parziale. Accanto a questi tre autori, infatti, vi sono altri approcci filosofici al dono che avrebbero di sicuro meritato un’attenzione specifica. Il paradosso è che la nostra posizione, come emergerà anche troppo chiaramente, trova molti più accordi con queste altre posizioni che con quelle dei tre presi in considerazione. Ma ci è parso più corretto introdurci alla questione a partire dai luoghi della tradizione filosofica riconosciuti oggi come centrali rispetto al dono. D’altra parte, ciò che distingue i tre autori da quegli altri è precisamente il fatto d’essere implicati nell’ambigua comprensione del dono a partire dall’abbandono. La pre-comprensione che muove il nostro tentativo è differente, ma ciò non vuol dire che l’approccio con i nostri autori sia polemico. Riconosciamo in essi invece una profondità che nega qualunque lettura univoca: in questo senso in ognuno si può trovare il nesso dono-abbandono ma si possono rintracciare anche dei varchi e delle fughe in avanti che permettono di anticipare un pensiero del dono senza compromissione con l’abbandono. In questi varchi donati cercheremo allora di modellare la questione del dono secondo un codice autonomo, la cui capacità di essere filosoficamente rilevante è affidata tutta alla terza e ultima parte del percorso. Il terzo capitolo culminerà nell’affermazione di un modello universale del dono – da ritrovare nel fenomeno della nascita e, in particolare, nell’abbraccio ontologico del grembo. L’ultima tappa del percorso sarà dunque un ritorno all’inizio, in un doppio senso. Il primo senso è quello per cui si ritorna all’inizio del lavoro – che consisteva nella messa in questione della nascita compresa a partire dall’abbandono – per modificarne la lettura e cercare d’interpretare la nascita come un evento di dono, e non uno tra gli altri, ma l’evento originario e paradigmatico. Il secondo senso è proprio quello di riportare l’esperienza del dono al suo radicamento esistenziale – che è precisamente la radice dell’esistenza, il suo inizio.
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