Nella Camerino di Giulio Cesare da Varano (1443-1502) si assiste ad una straordinaria fioritura artistica, che si esprime non solo nella produzione pittorica ma anche nell’intaglio ligneo. Il saggio mette a fuoco come i simulacri lignei e gli stalli intarsiati rispondano alle esigenze devozionali della religiosità del territorio, indagata attraverso gli scritti di Fabrizio da Varano, vescovo di Camerino e nipote di Giulio Cesare, e di suor Battista da Varano, eminente figlia dello stesso signore. In particolare si affronta il problema della ripetitività stilistica e iconografica, presente in un nutrito gruppo di sculture lignee e interpretata non solo come il portato di pratiche artigianali che si apprendono e tramandano in bottega, ma anche come l’effetto di una religiosità avvezza all’iterazione di formule enunciative. Successivamente si indaga il problema della funzione cultuale della scultura lignea, che l’osservatore dell’epoca intende come un efficace e potente sostituto dell’essere effigiato (santo, Cristo, Madonna); la statua, che in alcuni casi giunge addirittura a simulare la carne viva, grazie all’inserimento di resti umani nell’immagine scolpita, poteva infatti animarsi nella mente del devoto che la vedeva muoversi e camminare. Da ultimo si analizzano la committenza di suor Battista da Varano e il suo rapporto con l’intagliatore Domenico Indivini, autore del coro ligneo e del Crocifisso per il monastero, nonché di un Bambinello ligneo, appartenuto, secondo la tradizione orale, proprio alla Varano. Gli stalli del coro sono inoltre particolarmente interessanti per il fatto che Indivini è chiamato a trasformare in immagini reali alcuni simboli ricevuti dalla suora durante le sue visioni mistiche, raccontate con dovizia di particolari nei suoi scritti.
Simulacri dell’invisibile. “Cultura lignea” ed esigenze devozionali nella Camerino del Rinascimento
CAPRIOTTI, GIUSEPPE
2006-01-01
Abstract
Nella Camerino di Giulio Cesare da Varano (1443-1502) si assiste ad una straordinaria fioritura artistica, che si esprime non solo nella produzione pittorica ma anche nell’intaglio ligneo. Il saggio mette a fuoco come i simulacri lignei e gli stalli intarsiati rispondano alle esigenze devozionali della religiosità del territorio, indagata attraverso gli scritti di Fabrizio da Varano, vescovo di Camerino e nipote di Giulio Cesare, e di suor Battista da Varano, eminente figlia dello stesso signore. In particolare si affronta il problema della ripetitività stilistica e iconografica, presente in un nutrito gruppo di sculture lignee e interpretata non solo come il portato di pratiche artigianali che si apprendono e tramandano in bottega, ma anche come l’effetto di una religiosità avvezza all’iterazione di formule enunciative. Successivamente si indaga il problema della funzione cultuale della scultura lignea, che l’osservatore dell’epoca intende come un efficace e potente sostituto dell’essere effigiato (santo, Cristo, Madonna); la statua, che in alcuni casi giunge addirittura a simulare la carne viva, grazie all’inserimento di resti umani nell’immagine scolpita, poteva infatti animarsi nella mente del devoto che la vedeva muoversi e camminare. Da ultimo si analizzano la committenza di suor Battista da Varano e il suo rapporto con l’intagliatore Domenico Indivini, autore del coro ligneo e del Crocifisso per il monastero, nonché di un Bambinello ligneo, appartenuto, secondo la tradizione orale, proprio alla Varano. Gli stalli del coro sono inoltre particolarmente interessanti per il fatto che Indivini è chiamato a trasformare in immagini reali alcuni simboli ricevuti dalla suora durante le sue visioni mistiche, raccontate con dovizia di particolari nei suoi scritti.File | Dimensione | Formato | |
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