La collana muove dall’idea che ogni sapere sia situato: nasce da un corpo, da un luogo, da una storia, e guarda il mondo da un punto preciso, mai neutro. Il sapere pedagogico occidentale si è costruito per lo più attorno a polarizzazioni date per acquisite — corpo e mente, natura e cultura, ragione ed emozione, soggetto e contesto — che hanno reso pensabili certe cose e invisibili altre. Non si tratta di considerare queste polarizzazioni come errori da correggere, ma come strutture da attraversare. La collana indica come obiettivo quello di lavorare sulle fratture che quelle polarizzazioni producono, non per ripararle quanto perchè è proprio nella frattura, nel punto in cui la costruzione si incrina, che diventa visibile ciò che la costruzione stessa aveva reso latente o irrappresentabile. In questo senso la collana si posiziona dentro un campo di pensiero critico, radicale, materialista, aperto alle molteplici prospettive in movimento, tra cui ma non solo quelle ecologiche, decoloniali, femministe e situate, senza assumerle come dottrina ma come sguardi da cui interrogare le categorie pedagogiche consolidate — categorie che vanno riaperte, non abbandonate —. Non si tratta di fare tabula rasa del sapere pedagogico esistente ma di renderlo di nuovo attraversabile, mostrando cosa può ancora dire se guardato da posizioni diverse da quelle che lo hanno prodotto. La teoria viene intesa come pratica non innocente. Il lavoro teorico non è mai disgiunto dalla pratica che lo produce e a cui si rivolge: ogni categoria va tradotta in implicazioni concrete per la formazione, la ricerca, l’intervento. In questa direzione critica e costruzione vanno tenute assieme. Riaprire una categoria non significa smontarla e basta: significa anche verificare cosa, di quella categoria, può essere ancora utile, trasformato, riportato in gioco. Coerentemente con questo posizionamento, la collana suggerisce un metodo di ricerca ispirato da alcune direzioni: partire da una categoria più che da una tesi, assumere come oggetto una categoria pedagogica consolidata (il corpo, la cura, il metodo, la relazione, l’infanzia, la comunità...) e sottoporla a un lavoro di riapertura, più che difendere o argomentare una posizione precostituita, esplicitare il punto di vista. La ricerca dovrebbe dichiarare il punto da dove guarda — la propria collocazione teorica, disciplinare, biografica, politica — invece di presentarsi come sguardo neutro sull’oggetto; trattare la frattura come dato, non come incidente; quando l’analisi incontra una contraddizione, un’incongruenza, un punto cieco nella categoria studiata, è opportuno sostare lì, trattarlo come informazione preziosa sulla struttura stessa del sapere invece di risolverlo o rimuoverlo. ULTERIORI INFORMAZIONI: F. d’Aniello è membro del Comitato scientifico e di Referaggio della Collana Reframing, diretta dai Proff. Alessandro Ferrante, Manuela Palma, Cristina Palmieri e Maria Grazia Riva dell'Università di Milano-Bicocca.
Reframing. Riaprire il pensiero pedagogico
d'Aniello F.
2026-01-01
Abstract
La collana muove dall’idea che ogni sapere sia situato: nasce da un corpo, da un luogo, da una storia, e guarda il mondo da un punto preciso, mai neutro. Il sapere pedagogico occidentale si è costruito per lo più attorno a polarizzazioni date per acquisite — corpo e mente, natura e cultura, ragione ed emozione, soggetto e contesto — che hanno reso pensabili certe cose e invisibili altre. Non si tratta di considerare queste polarizzazioni come errori da correggere, ma come strutture da attraversare. La collana indica come obiettivo quello di lavorare sulle fratture che quelle polarizzazioni producono, non per ripararle quanto perchè è proprio nella frattura, nel punto in cui la costruzione si incrina, che diventa visibile ciò che la costruzione stessa aveva reso latente o irrappresentabile. In questo senso la collana si posiziona dentro un campo di pensiero critico, radicale, materialista, aperto alle molteplici prospettive in movimento, tra cui ma non solo quelle ecologiche, decoloniali, femministe e situate, senza assumerle come dottrina ma come sguardi da cui interrogare le categorie pedagogiche consolidate — categorie che vanno riaperte, non abbandonate —. Non si tratta di fare tabula rasa del sapere pedagogico esistente ma di renderlo di nuovo attraversabile, mostrando cosa può ancora dire se guardato da posizioni diverse da quelle che lo hanno prodotto. La teoria viene intesa come pratica non innocente. Il lavoro teorico non è mai disgiunto dalla pratica che lo produce e a cui si rivolge: ogni categoria va tradotta in implicazioni concrete per la formazione, la ricerca, l’intervento. In questa direzione critica e costruzione vanno tenute assieme. Riaprire una categoria non significa smontarla e basta: significa anche verificare cosa, di quella categoria, può essere ancora utile, trasformato, riportato in gioco. Coerentemente con questo posizionamento, la collana suggerisce un metodo di ricerca ispirato da alcune direzioni: partire da una categoria più che da una tesi, assumere come oggetto una categoria pedagogica consolidata (il corpo, la cura, il metodo, la relazione, l’infanzia, la comunità...) e sottoporla a un lavoro di riapertura, più che difendere o argomentare una posizione precostituita, esplicitare il punto di vista. La ricerca dovrebbe dichiarare il punto da dove guarda — la propria collocazione teorica, disciplinare, biografica, politica — invece di presentarsi come sguardo neutro sull’oggetto; trattare la frattura come dato, non come incidente; quando l’analisi incontra una contraddizione, un’incongruenza, un punto cieco nella categoria studiata, è opportuno sostare lì, trattarlo come informazione preziosa sulla struttura stessa del sapere invece di risolverlo o rimuoverlo. ULTERIORI INFORMAZIONI: F. d’Aniello è membro del Comitato scientifico e di Referaggio della Collana Reframing, diretta dai Proff. Alessandro Ferrante, Manuela Palma, Cristina Palmieri e Maria Grazia Riva dell'Università di Milano-Bicocca.| File | Dimensione | Formato | |
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