Il contributo analizza la pandemia di Covid-19 come occasione per ripensare i concetti di vulnerabilità, morte e lutto attraverso la lente teorica di Judith Butler. L’autore evidenzia come la crisi sanitaria abbia reso visibile l’interdipendenza umana e, al contempo, le profonde disuguaglianze nella distribuzione della vulnerabilità e del riconoscimento delle vite. Attraverso il concetto di grievability, si mostra come non tutte le vite siano considerate ugualmente degne di lutto, poiché tale riconoscimento è mediato da strutture sociali, politiche ed economiche. Il testo critica l’uso di metafore belliche e l’approccio scientifico riduzionista che hanno caratterizzato la gestione della pandemia, sottolineando come essi abbiano contribuito a naturalizzare e legittimare disuguaglianze preesistenti. In particolare, la categorizzazione di alcuni gruppi come “vulnerabili” ha spesso occultato le condizioni strutturali che producono tale vulnerabilità, favorendo processi di invisibilizzazione e marginalizzazione. L’analisi mette inoltre in luce il ruolo delle pratiche biopolitiche e della governamentalità nel disciplinare i corpi e i comportamenti, ridefinendo i confini tra sicurezza collettiva e responsabilità individuale. In questo contesto, alcune vite sono state implicitamente considerate sacrificabili, mentre altre maggiormente degne di protezione e lutto. In conclusione, il lavoro propone di superare una visione individualistica della vulnerabilità, interpretandola come condizione relazionale e situata nei contesti sociali. Riconoscere l’interdipendenza e le disuguaglianze strutturali diventa quindi fondamentale per promuovere un’etica più inclusiva, capace di attribuire valore e dignità a tutte le vite

Ripensare la vulnerabilità: morte, dignità di lutto e contesti durante il Covid-19.

Panaggio, A
2024-01-01

Abstract

Il contributo analizza la pandemia di Covid-19 come occasione per ripensare i concetti di vulnerabilità, morte e lutto attraverso la lente teorica di Judith Butler. L’autore evidenzia come la crisi sanitaria abbia reso visibile l’interdipendenza umana e, al contempo, le profonde disuguaglianze nella distribuzione della vulnerabilità e del riconoscimento delle vite. Attraverso il concetto di grievability, si mostra come non tutte le vite siano considerate ugualmente degne di lutto, poiché tale riconoscimento è mediato da strutture sociali, politiche ed economiche. Il testo critica l’uso di metafore belliche e l’approccio scientifico riduzionista che hanno caratterizzato la gestione della pandemia, sottolineando come essi abbiano contribuito a naturalizzare e legittimare disuguaglianze preesistenti. In particolare, la categorizzazione di alcuni gruppi come “vulnerabili” ha spesso occultato le condizioni strutturali che producono tale vulnerabilità, favorendo processi di invisibilizzazione e marginalizzazione. L’analisi mette inoltre in luce il ruolo delle pratiche biopolitiche e della governamentalità nel disciplinare i corpi e i comportamenti, ridefinendo i confini tra sicurezza collettiva e responsabilità individuale. In questo contesto, alcune vite sono state implicitamente considerate sacrificabili, mentre altre maggiormente degne di protezione e lutto. In conclusione, il lavoro propone di superare una visione individualistica della vulnerabilità, interpretandola come condizione relazionale e situata nei contesti sociali. Riconoscere l’interdipendenza e le disuguaglianze strutturali diventa quindi fondamentale per promuovere un’etica più inclusiva, capace di attribuire valore e dignità a tutte le vite
2024
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