Nel romanzo Il vecchio e il mare, di Ernest Hemingway, il mare rappresenta una frontiera dell’umano, un luogo di prova, conoscenza e perdita, in cui la lotta contro la vastità diventa esercizio di senso. Rileggere oggi quell’opera significa confrontarsi con un altro mare, altrettanto smisurato e insidioso: quello dell’infosfera digitale. La distesa di dati, algoritmi e interazioni che costituisce il nostro ambiente informazionale si configura come un autentico “mare monstrum”, insieme prodigioso e perturbante, capace – per riprendere Isidoro di Siviglia – di “monere”, ossia di ammonire e di mostrare. In questa prospettiva, l’infosfera, come sostiene il filosofo Luciano Floridi, non è soltanto un mezzo di comunicazione, ma un nuovo habitat ontologico, nel quale l’identità, la conoscenza e l’agire umano si ridefiniscono. Come Santiago, il vecchio pescatore, anche noi siamo chiamati a navigare un mare che promette ricchezza ma espone al rischio del naufragio cognitivo: un ambiente in cui la sovrabbondanza informativa si accompagna a una crescente difficoltà di orientamento. Il “monstrum digitale” si manifesta allora come segno di crisi e insieme come possibilità di metamorfosi. Esso rivela il bisogno di sviluppare nuove forme di alfabetizzazione e di saggezza interpretativa: ergo un’etica della navigazione che, al pari della fatica del pescatore, richiede tenacia, misura e senso del limite. L’eroismo di Santiago non risiede nella conquista, ma nella resistenza – nella capacità di mantenere un rapporto corporeo e simbolico con l’elemento marino. Allo stesso modo, nell’infosfera, la sopravvivenza del soggetto dipende dalla sua attitudine a interagire criticamente con i flussi informativi, senza abbandonarsi alla deriva algoritmica. Con la lettura incrociata di Hemingway e Floridi intendo interpretare il mare come paradigma della conoscenza contemporanea: spazio liminale tra umano e tecnologico, in cui il “monstrum” non è più semplice minaccia ma figura di rivelazione. Navigare l’infosfera significa, infine, riconoscere nel digitale un nuovo orizzonte del tragico e dell’immaginazione, dove – come il mare di hemingwayano – il senso non è dato, ma continuamente strappato alle onde.

Il vecchio e il mare (digitale): navigare il “monstrum” dell’infosfera

Petrassi Danilo
2026-01-01

Abstract

Nel romanzo Il vecchio e il mare, di Ernest Hemingway, il mare rappresenta una frontiera dell’umano, un luogo di prova, conoscenza e perdita, in cui la lotta contro la vastità diventa esercizio di senso. Rileggere oggi quell’opera significa confrontarsi con un altro mare, altrettanto smisurato e insidioso: quello dell’infosfera digitale. La distesa di dati, algoritmi e interazioni che costituisce il nostro ambiente informazionale si configura come un autentico “mare monstrum”, insieme prodigioso e perturbante, capace – per riprendere Isidoro di Siviglia – di “monere”, ossia di ammonire e di mostrare. In questa prospettiva, l’infosfera, come sostiene il filosofo Luciano Floridi, non è soltanto un mezzo di comunicazione, ma un nuovo habitat ontologico, nel quale l’identità, la conoscenza e l’agire umano si ridefiniscono. Come Santiago, il vecchio pescatore, anche noi siamo chiamati a navigare un mare che promette ricchezza ma espone al rischio del naufragio cognitivo: un ambiente in cui la sovrabbondanza informativa si accompagna a una crescente difficoltà di orientamento. Il “monstrum digitale” si manifesta allora come segno di crisi e insieme come possibilità di metamorfosi. Esso rivela il bisogno di sviluppare nuove forme di alfabetizzazione e di saggezza interpretativa: ergo un’etica della navigazione che, al pari della fatica del pescatore, richiede tenacia, misura e senso del limite. L’eroismo di Santiago non risiede nella conquista, ma nella resistenza – nella capacità di mantenere un rapporto corporeo e simbolico con l’elemento marino. Allo stesso modo, nell’infosfera, la sopravvivenza del soggetto dipende dalla sua attitudine a interagire criticamente con i flussi informativi, senza abbandonarsi alla deriva algoritmica. Con la lettura incrociata di Hemingway e Floridi intendo interpretare il mare come paradigma della conoscenza contemporanea: spazio liminale tra umano e tecnologico, in cui il “monstrum” non è più semplice minaccia ma figura di rivelazione. Navigare l’infosfera significa, infine, riconoscere nel digitale un nuovo orizzonte del tragico e dell’immaginazione, dove – come il mare di hemingwayano – il senso non è dato, ma continuamente strappato alle onde.
2026
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