Il lavoro costituisce un tentativo di applicazione di alcuni strumenti fondamentali della Cognitive Linguistics di seconda generazione alla fonologia, un livello negli anni solo parzialmente indagato da tale indirizzo teorico. A partire dalle criticità intrinseche al paradigma segmentale, emerse nitidamente grazie ai lavori di Albano Leoni, ci siamo chiesti se la prospettiva cognitivista, soprattutto attraverso gli schemi (Langacker ed altri) e le metafore concettuali (Lakoff-Johnson ed altri), potesse in qualche modo contribuire a colmare il divario tra la sfera del significato e del senso e quella della seconda articolazione riguardante la fonologia. Due casi di studio pivotali tentano di mostrare l’applicabilità di modelli teorici cognitivisti a concrete realtà fonetico-fonologiche. Nel primo caso di studio, un modello a schemi, da noi denominato “Bybee-Nesset” (BN), è stato utilizzato per analizzare la distribuzione dell’accettabilità apparentemente non casuale delle varianti italiane (all’interno dello standard) tran[s]/tran[z] nelle parole TRANSIZIONE-TRANSAZIONE-TRANSITO-TRANSETTO-TRANSEUNTE. I dati ricavati dai 210 candidati sono stati confrontati con la frequenza delle forme contenenti trans- nel lessico mentale dei parlanti (dati CoLFIS), e successivamente indagati attraverso il modello BN. I risultati sembrano suggerire che il dettaglio fonetico predicibile (non fonematico) sia registrato nel lessico, con differenze sensibili tra le diverse unità lessicali a parità di contesto fonetico; inoltre, effetti prototipo e gerarchia schematica sembrano influenzare in maniera determinante un’organizzazione cognitiva coerente, strutturata in reti schematiche, della sostanza fonica, ancorata anche al significato delle unità che contengono il dettaglio fonetico. Nel secondo caso di studio, abbiamo raccolto dati sull’altezza tonale della particella interrogativa enclitica “ma” (tipicamente atona) nelle interrogative polari del cinese mandarino. Abbiamo verificato in quale misura, in condizioni normali e di iperarticolazione delle domande, il mandarino possa avvalersi dell’intonazione ascendente per marcare le interrogative polari. I risultati evidenziano una disponibilità dell’intonazione ascendente per questo tipo di interrogative (coerentemente con la metafora L’IGNOTO È SU/IN ALTO) anche in una lingua che prevede toni lessicali preassegnati. Questi risultati sono stati analizzati nella cornice teorica della Metaphor Theory, applicata ai tre fattori prosodici (durata, altezza, intensità), relativamente a italiano, inglese e cinese. Quanto emerso ci spinge a suggerire che nella fonologia soprasegmentale al livello di frase la variazione dei tre fattori prosodici possa essere cognitivamente motivata (e non arbitraria) attraverso dispositivi metaforici. Questi ultimi, strutturati “a catena” o “a matrice”, con esiti di motivazione differenti, intervengono presumibilmente anche al livello segmentale, nel caso degli shibboleth, ovvero quando un segmento (o più di uno) diviene diagnostico dell’appartenenza ad un gruppo etnico, o più in generale ad un gruppo sociale definito, evocando inferenze e domini concettuali che difficilmente farebbero ritenere un segmento isolabile un elemento asemantico. Il contributo del lavoro al dibattito sul rapporto tra semantica e fonologia è del tutto parziale, come parziali sono gli aspetti fonologici di cui si occupa, rispetto ad un desiderabile quadro teorico complessivo di fonologia cognitiva. L’auspicio è che gli “indizi” raccolti in questo studio possano costituire sentieri di ricerca verso una fonologia cognitiva percorribile, anche in direzioni opposte a quelle da noi intraprese.

Percorsi di linguistica cognitiva e fonologia: schemi e metafore concettuali nell’organizzazione e motivazione del suono linguistico

Santoni, Nicola
2020

Abstract

Il lavoro costituisce un tentativo di applicazione di alcuni strumenti fondamentali della Cognitive Linguistics di seconda generazione alla fonologia, un livello negli anni solo parzialmente indagato da tale indirizzo teorico. A partire dalle criticità intrinseche al paradigma segmentale, emerse nitidamente grazie ai lavori di Albano Leoni, ci siamo chiesti se la prospettiva cognitivista, soprattutto attraverso gli schemi (Langacker ed altri) e le metafore concettuali (Lakoff-Johnson ed altri), potesse in qualche modo contribuire a colmare il divario tra la sfera del significato e del senso e quella della seconda articolazione riguardante la fonologia. Due casi di studio pivotali tentano di mostrare l’applicabilità di modelli teorici cognitivisti a concrete realtà fonetico-fonologiche. Nel primo caso di studio, un modello a schemi, da noi denominato “Bybee-Nesset” (BN), è stato utilizzato per analizzare la distribuzione dell’accettabilità apparentemente non casuale delle varianti italiane (all’interno dello standard) tran[s]/tran[z] nelle parole TRANSIZIONE-TRANSAZIONE-TRANSITO-TRANSETTO-TRANSEUNTE. I dati ricavati dai 210 candidati sono stati confrontati con la frequenza delle forme contenenti trans- nel lessico mentale dei parlanti (dati CoLFIS), e successivamente indagati attraverso il modello BN. I risultati sembrano suggerire che il dettaglio fonetico predicibile (non fonematico) sia registrato nel lessico, con differenze sensibili tra le diverse unità lessicali a parità di contesto fonetico; inoltre, effetti prototipo e gerarchia schematica sembrano influenzare in maniera determinante un’organizzazione cognitiva coerente, strutturata in reti schematiche, della sostanza fonica, ancorata anche al significato delle unità che contengono il dettaglio fonetico. Nel secondo caso di studio, abbiamo raccolto dati sull’altezza tonale della particella interrogativa enclitica “ma” (tipicamente atona) nelle interrogative polari del cinese mandarino. Abbiamo verificato in quale misura, in condizioni normali e di iperarticolazione delle domande, il mandarino possa avvalersi dell’intonazione ascendente per marcare le interrogative polari. I risultati evidenziano una disponibilità dell’intonazione ascendente per questo tipo di interrogative (coerentemente con la metafora L’IGNOTO È SU/IN ALTO) anche in una lingua che prevede toni lessicali preassegnati. Questi risultati sono stati analizzati nella cornice teorica della Metaphor Theory, applicata ai tre fattori prosodici (durata, altezza, intensità), relativamente a italiano, inglese e cinese. Quanto emerso ci spinge a suggerire che nella fonologia soprasegmentale al livello di frase la variazione dei tre fattori prosodici possa essere cognitivamente motivata (e non arbitraria) attraverso dispositivi metaforici. Questi ultimi, strutturati “a catena” o “a matrice”, con esiti di motivazione differenti, intervengono presumibilmente anche al livello segmentale, nel caso degli shibboleth, ovvero quando un segmento (o più di uno) diviene diagnostico dell’appartenenza ad un gruppo etnico, o più in generale ad un gruppo sociale definito, evocando inferenze e domini concettuali che difficilmente farebbero ritenere un segmento isolabile un elemento asemantico. Il contributo del lavoro al dibattito sul rapporto tra semantica e fonologia è del tutto parziale, come parziali sono gli aspetti fonologici di cui si occupa, rispetto ad un desiderabile quadro teorico complessivo di fonologia cognitiva. L’auspicio è che gli “indizi” raccolti in questo studio possano costituire sentieri di ricerca verso una fonologia cognitiva percorribile, anche in direzioni opposte a quelle da noi intraprese.
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