Il titolo di un libro si sceglie per annunciare di che cosa si tratterà. In questo caso, l’argomento annunciato sarà discusso perlopiù in maniera indiretta e attraverso alcuni motivi che condurranno verso la messa a tema della misericordia e della famiglia. Sulla prima la letteratura, di genere religioso e non, è ampia; la seconda è tanto discussa quanto controversa. Ora, data l’“abbondanza” di questioni e discussioni sull’argomento, per non ripetere o riassumere quanto già detto, in queste pagine sia la misericordia, sia la famiglia saranno affrontate in modo indiretto, come “attraverso uno specchio”, discutendo motivi strettamente implicati con esse, ossia l’altro (o l’alterità) e la relazione che con esso s’instaura. Tutto ruoterà attorno a queste parole di cui, anche, molto si è detto, soprattutto in filosofia. Entrambi saranno intesi come ciò che nell’esperienza umana è irriducibile, ossia ciò che non può essere tolto o sottratto perché connota il modo in cui accade l’umano stesso. Questi, infatti, inizia fin dalla corporeità come relazione (con altro). Perciò la relazione sarà aggettivata come “irriducibile irrinunciabile”, perché se vi rinunciassimo dovremmo rinunciare a ciò che è umano. Tale “irriducibilità irrinunciabile”, però, può essere rifiutata così come può esserlo tutto, persino quello che sta irrimediabilmente, per così dire, attaccato a noi. Tutto, infatti, sia ciò che è “nostro” (la nostra vita, il nostro corpo, ecc.), sia quello che sta davanti a noi (i nostri figli, la nostra famiglia, i nostri amici, le nostre cose, il nostro mondo, e così via), ci chiede di accoglierlo o rifiutarlo, di optare per o contro di esso. Perciò, che qualcosa sia irriducibile non ci esime dall’esercizio incessante della nostra libertà e ci chiede di assumere una posizione dinanzi a esso. Anche la relazione è irriducibile in questo senso, innanzitutto e soprattutto quelle relazioni che tessono la trama di ciò che chiamiamo “famiglia”. Relazioni di cui sarà sempre messa in luce l’ambiguità, intendendo il termine nel suo significato etimologico. Ambiguo, in latino, si forma nell’unione del prefisso amb-, che significa “da due o più parti”, e il verbo agere, agire; significa dunque agire in modo tale che più possibilità restino aperte, fare e agire in modo non definitivamente risolto ma sempre aperto a nuove possibilità. Sebbene oggi l’accezione con cui il termine è utilizzato sia perlopiù negativa, la sua etimologia si limita a segnalare qualcosa che ha due o più facce e, dunque, qualcosa di irrisolto che si presta a diverse interpretazioni. La relazione (anche quella famigliare), irrinunciabile ma non necessitante e, tantomeno, irrifiutabile, è ambigua nel senso appena detto: se, infatti, per un verso nasciamo da qualcuno, per altro verso tutta la nostra vita trascorre in quella tensione tra accoglienza e distacco dal primo nucleo che conduce a tessere legami altri da questa relazione, a creare noi stessi nuove relazioni. Trascorre, cioè, sia accogliendo la nostra relazione “fondativa” sia allontanandoci e separandoci da essa. Sappiamo bene, inoltre, che ogni relazione (con chi ci ha generati ma anche con chiunque altro) ci può sostenere e curare ma, anche, uccidere e soffocare. Sappiamo bene, infine, che le relazioni, soprattutto quelle famigliari e amicali, possono vivificare oppure possono ammalarsi e farci ammalare. Questa medesima ambiguità della relazione, che attraverserà i tre capitoli del libro, caratterizza anche la metafora dello specchio. Per un verso, infatti, quest’ultimo è “strumento” attraverso il quale vediamo l’invisibile, ossia quello che sta dietro le nostre spalle, oppure la nostra immagine – che ci diventa visibile soltanto se si riflette. Per altro verso, però, proprio davanti a quello che vediamo noi scegliamo, più o meno consapevolmente, se quell’immagine riflessa sia l’espressione totale della realtà oppure se sia soltanto una parte di essa, la parte che siamo capaci di vederne. Se, nel primo caso, l’immagine che ci facciamo esprime una sorta fissità della quale non ci chiediamo se possiamo, in essa, 8 Specchi infranti vedere anche altro, nel secondo caso, invece, siamo consapevoli che quello che vediamo è soltanto una parte o un aspetto di una realtà che supera quello che siamo in grado di coglierne. Insomma, davanti a quello che vediamo occorre scegliere (e qui sta il gioco della libertà) se fissare l’immagine ritenendo che sia tutto quello che c’è da vedere, oppure se la consideriamo come il primo aspetto di una realtà che può essere ben più varia. Nel primo caso, vedremo nello specchio una superficie liscia e lucida che restituisce tutto quello che può essere restituito, nel secondo caso guarderemo attraverso di esso nella consapevolezza che lo si può infrangere e, infrangendolo, si può guardare attraverso i suoi numerosi frammenti, e dunque si può vedere amplificando e differenziando le prospettive. “Specchi infranti”, metafora che dà il titolo a questo libro dedicato alla famiglia, sta a indicare proprio questo: possiamo vedere la relazione come l’immagine che fissiamo in uno specchio, che dominiamo e gestiamo a nostro piacimento, oppure possiamo guardarla attraverso i numerosi frammenti di uno specchio infranto che ce la riconsegna moltiplicando i possibili punti di vista. Che cosa può infrangere, tuttavia, lo specchio in cui rischiamo di imprigionare l’altro riflettendo in esso l’immagine che ce ne creiamo dal nostro punto di vista? Lo può infrangere soltanto qualcosa che sia altro dall’immagine e da quello che vi introduciamo. Lo può infrangere un terzo elemento, diverso e altro, che vada a introdursi tra l’immagine che noi vediamo e lo specchio che la riflette; un elemento che ci permetta di guardare l’immagine non come qualcosa di statico e fisso, ma come un che di vivente e capace di mutare, di rigenerarsi. Questo terzo elemento, capace di vivificare l’immagine riflessa aiutandoci a vedere veramente ciò che abbiamo davanti (veramente, cioè senza fissarlo nell’immagine che ne produciamo) e che ci aiuta a vedere persino il nostro stesso volto riflesso nello specchio (mostrando a noi stessi che siamo più di quello che riusciamo a capire e cogliere del nostro volto), questo terzo elemento, dicevo, è la misericordia. La misericordia può infrangere quello specchio in cui possiamo imprigionare noi e gli altri perché non è un vago sentimento ma è un operare, come cercherà di mostrare il terzo capitolo. E operando, la misericordia aiuta a vedere per il fatto che, come ogni agire concreto, produce novità là dove l’immagine blocca gli occhi sulle poche cose che siamo capaci di vedere. Invece la misericordia, infrangendo lo specchio con il suo operare, ci fa usare i frammenti della superficie infranta per vedere attraverso di essi più aspetti, di sé e della realtà, che sfuggono quando si fissa tutto nell’immagine riduttiva che il nostro sguardo è capace soltanto di cogliere in modo diretto. Così, dal primo capitolo che mette a tema il modo in cui possiamo intendere lo specchio e l’immagine riflessa, al secondo capitolo in cui lo specchio s’infrange al terzo capitolo in cui si mette a tema l’operare della misericordia, si svolgerà indirettamente, come in uno specchio (tamquam in speculum), l’unico motivo di questo libro, l’altro, la relazione e le relazioni che indichiamo con il termine di “famiglia”. Sebbene indirettamente si tratterà, infatti, della famiglia quando si ricorrerà al mito di Narciso per parlare dell’immagine delle relazioni con gli altri che produciamo riducendole e riconducendole a quello che possiamo vederne. Della famiglia si tratterà anche quando sarà introdotto un altro racconto dello specchio, quello di Alice e del suo mondo infantile che inventa l’altro trasportandolo in una realtà incantata. Di famiglia si parlerà quando sarà messo a tema il significato della relazione, o delle relazioni, che possono essere come pietre che edificano e, infine, di famiglia si parlerà attraverso l’operare della misericordia che, sempre e di nuovo, permette di riaccogliere l’altro e gli altri. Miti, letteratura e filosofia saranno il materiale che servirà a motivare – per quanto possibile – quanto fin qui detto.

Specchi infranti

CANULLO, Carla
2016

Abstract

Il titolo di un libro si sceglie per annunciare di che cosa si tratterà. In questo caso, l’argomento annunciato sarà discusso perlopiù in maniera indiretta e attraverso alcuni motivi che condurranno verso la messa a tema della misericordia e della famiglia. Sulla prima la letteratura, di genere religioso e non, è ampia; la seconda è tanto discussa quanto controversa. Ora, data l’“abbondanza” di questioni e discussioni sull’argomento, per non ripetere o riassumere quanto già detto, in queste pagine sia la misericordia, sia la famiglia saranno affrontate in modo indiretto, come “attraverso uno specchio”, discutendo motivi strettamente implicati con esse, ossia l’altro (o l’alterità) e la relazione che con esso s’instaura. Tutto ruoterà attorno a queste parole di cui, anche, molto si è detto, soprattutto in filosofia. Entrambi saranno intesi come ciò che nell’esperienza umana è irriducibile, ossia ciò che non può essere tolto o sottratto perché connota il modo in cui accade l’umano stesso. Questi, infatti, inizia fin dalla corporeità come relazione (con altro). Perciò la relazione sarà aggettivata come “irriducibile irrinunciabile”, perché se vi rinunciassimo dovremmo rinunciare a ciò che è umano. Tale “irriducibilità irrinunciabile”, però, può essere rifiutata così come può esserlo tutto, persino quello che sta irrimediabilmente, per così dire, attaccato a noi. Tutto, infatti, sia ciò che è “nostro” (la nostra vita, il nostro corpo, ecc.), sia quello che sta davanti a noi (i nostri figli, la nostra famiglia, i nostri amici, le nostre cose, il nostro mondo, e così via), ci chiede di accoglierlo o rifiutarlo, di optare per o contro di esso. Perciò, che qualcosa sia irriducibile non ci esime dall’esercizio incessante della nostra libertà e ci chiede di assumere una posizione dinanzi a esso. Anche la relazione è irriducibile in questo senso, innanzitutto e soprattutto quelle relazioni che tessono la trama di ciò che chiamiamo “famiglia”. Relazioni di cui sarà sempre messa in luce l’ambiguità, intendendo il termine nel suo significato etimologico. Ambiguo, in latino, si forma nell’unione del prefisso amb-, che significa “da due o più parti”, e il verbo agere, agire; significa dunque agire in modo tale che più possibilità restino aperte, fare e agire in modo non definitivamente risolto ma sempre aperto a nuove possibilità. Sebbene oggi l’accezione con cui il termine è utilizzato sia perlopiù negativa, la sua etimologia si limita a segnalare qualcosa che ha due o più facce e, dunque, qualcosa di irrisolto che si presta a diverse interpretazioni. La relazione (anche quella famigliare), irrinunciabile ma non necessitante e, tantomeno, irrifiutabile, è ambigua nel senso appena detto: se, infatti, per un verso nasciamo da qualcuno, per altro verso tutta la nostra vita trascorre in quella tensione tra accoglienza e distacco dal primo nucleo che conduce a tessere legami altri da questa relazione, a creare noi stessi nuove relazioni. Trascorre, cioè, sia accogliendo la nostra relazione “fondativa” sia allontanandoci e separandoci da essa. Sappiamo bene, inoltre, che ogni relazione (con chi ci ha generati ma anche con chiunque altro) ci può sostenere e curare ma, anche, uccidere e soffocare. Sappiamo bene, infine, che le relazioni, soprattutto quelle famigliari e amicali, possono vivificare oppure possono ammalarsi e farci ammalare. Questa medesima ambiguità della relazione, che attraverserà i tre capitoli del libro, caratterizza anche la metafora dello specchio. Per un verso, infatti, quest’ultimo è “strumento” attraverso il quale vediamo l’invisibile, ossia quello che sta dietro le nostre spalle, oppure la nostra immagine – che ci diventa visibile soltanto se si riflette. Per altro verso, però, proprio davanti a quello che vediamo noi scegliamo, più o meno consapevolmente, se quell’immagine riflessa sia l’espressione totale della realtà oppure se sia soltanto una parte di essa, la parte che siamo capaci di vederne. Se, nel primo caso, l’immagine che ci facciamo esprime una sorta fissità della quale non ci chiediamo se possiamo, in essa, 8 Specchi infranti vedere anche altro, nel secondo caso, invece, siamo consapevoli che quello che vediamo è soltanto una parte o un aspetto di una realtà che supera quello che siamo in grado di coglierne. Insomma, davanti a quello che vediamo occorre scegliere (e qui sta il gioco della libertà) se fissare l’immagine ritenendo che sia tutto quello che c’è da vedere, oppure se la consideriamo come il primo aspetto di una realtà che può essere ben più varia. Nel primo caso, vedremo nello specchio una superficie liscia e lucida che restituisce tutto quello che può essere restituito, nel secondo caso guarderemo attraverso di esso nella consapevolezza che lo si può infrangere e, infrangendolo, si può guardare attraverso i suoi numerosi frammenti, e dunque si può vedere amplificando e differenziando le prospettive. “Specchi infranti”, metafora che dà il titolo a questo libro dedicato alla famiglia, sta a indicare proprio questo: possiamo vedere la relazione come l’immagine che fissiamo in uno specchio, che dominiamo e gestiamo a nostro piacimento, oppure possiamo guardarla attraverso i numerosi frammenti di uno specchio infranto che ce la riconsegna moltiplicando i possibili punti di vista. Che cosa può infrangere, tuttavia, lo specchio in cui rischiamo di imprigionare l’altro riflettendo in esso l’immagine che ce ne creiamo dal nostro punto di vista? Lo può infrangere soltanto qualcosa che sia altro dall’immagine e da quello che vi introduciamo. Lo può infrangere un terzo elemento, diverso e altro, che vada a introdursi tra l’immagine che noi vediamo e lo specchio che la riflette; un elemento che ci permetta di guardare l’immagine non come qualcosa di statico e fisso, ma come un che di vivente e capace di mutare, di rigenerarsi. Questo terzo elemento, capace di vivificare l’immagine riflessa aiutandoci a vedere veramente ciò che abbiamo davanti (veramente, cioè senza fissarlo nell’immagine che ne produciamo) e che ci aiuta a vedere persino il nostro stesso volto riflesso nello specchio (mostrando a noi stessi che siamo più di quello che riusciamo a capire e cogliere del nostro volto), questo terzo elemento, dicevo, è la misericordia. La misericordia può infrangere quello specchio in cui possiamo imprigionare noi e gli altri perché non è un vago sentimento ma è un operare, come cercherà di mostrare il terzo capitolo. E operando, la misericordia aiuta a vedere per il fatto che, come ogni agire concreto, produce novità là dove l’immagine blocca gli occhi sulle poche cose che siamo capaci di vedere. Invece la misericordia, infrangendo lo specchio con il suo operare, ci fa usare i frammenti della superficie infranta per vedere attraverso di essi più aspetti, di sé e della realtà, che sfuggono quando si fissa tutto nell’immagine riduttiva che il nostro sguardo è capace soltanto di cogliere in modo diretto. Così, dal primo capitolo che mette a tema il modo in cui possiamo intendere lo specchio e l’immagine riflessa, al secondo capitolo in cui lo specchio s’infrange al terzo capitolo in cui si mette a tema l’operare della misericordia, si svolgerà indirettamente, come in uno specchio (tamquam in speculum), l’unico motivo di questo libro, l’altro, la relazione e le relazioni che indichiamo con il termine di “famiglia”. Sebbene indirettamente si tratterà, infatti, della famiglia quando si ricorrerà al mito di Narciso per parlare dell’immagine delle relazioni con gli altri che produciamo riducendole e riconducendole a quello che possiamo vederne. Della famiglia si tratterà anche quando sarà introdotto un altro racconto dello specchio, quello di Alice e del suo mondo infantile che inventa l’altro trasportandolo in una realtà incantata. Di famiglia si parlerà quando sarà messo a tema il significato della relazione, o delle relazioni, che possono essere come pietre che edificano e, infine, di famiglia si parlerà attraverso l’operare della misericordia che, sempre e di nuovo, permette di riaccogliere l’altro e gli altri. Miti, letteratura e filosofia saranno il materiale che servirà a motivare – per quanto possibile – quanto fin qui detto.
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