Il libro cerca di assegnare a una bioetica “in punta di piedi” il compito di custodire criticamente la distanza tra vita e pensiero, evitando di irrigidirla in un blocco monolitico, che condannerebbe l’etica ad essere inghiottita dall’egemonia naturalistica, e, al contrario, di diluirla in una forma di vago galateo deontologico, che nasconde dietro la convenzionalità instabile dei propri precetti l’antica logica del più forte. La custodia di questa distanza dipende dalla possibilità di far valere in bioetica una distinzione preliminare fra bioetica critica, disposta ad argomentare razionalmente le proprie tesi, anche riconoscendo spazi di radicale problematicità, e bioetica ideologica, ciecamente aggrappata alle proprie certezze, spesso frutto di chiusure pregiudiziali. La natura critica e non ideologica dell’approccio bioetico nel libro viene accreditata in modo per lo più indiretto, ponendo la cifra tematica del fragile e del prezioso alla base di quattro approfondimenti, dettati dalla condizione dell’Homo fragilis, patiens, moriens, curans. Solo uno sguardo cordiale e inclusivo sull’intero della vita personale (e dunque, già da sempre, interpersonale), può abbracciare il doppio volto – fragile e prezioso – della finitezza, all’origine della differenza fra limite e ferita, fra vulnerabilità ontologica e fallibilità morale. Da questo scenario etico-antropologico, di cui si debbono rintracciare le coordinate, la bioetica deve lasciarsi costantemente ammaestrare (nella elaborazione del proprio statuto epistemologico, prima ancora che nella definizione di un catalogo prescrittivo, più o meno severo o “trattabile”), ripensandosi nella forma di etica della cura, nell'accezione ampia del termine.

Il fragile e il prezioso. Bioetica in punta di piedi

ALICI, Luigino
2016-01-01

Abstract

Il libro cerca di assegnare a una bioetica “in punta di piedi” il compito di custodire criticamente la distanza tra vita e pensiero, evitando di irrigidirla in un blocco monolitico, che condannerebbe l’etica ad essere inghiottita dall’egemonia naturalistica, e, al contrario, di diluirla in una forma di vago galateo deontologico, che nasconde dietro la convenzionalità instabile dei propri precetti l’antica logica del più forte. La custodia di questa distanza dipende dalla possibilità di far valere in bioetica una distinzione preliminare fra bioetica critica, disposta ad argomentare razionalmente le proprie tesi, anche riconoscendo spazi di radicale problematicità, e bioetica ideologica, ciecamente aggrappata alle proprie certezze, spesso frutto di chiusure pregiudiziali. La natura critica e non ideologica dell’approccio bioetico nel libro viene accreditata in modo per lo più indiretto, ponendo la cifra tematica del fragile e del prezioso alla base di quattro approfondimenti, dettati dalla condizione dell’Homo fragilis, patiens, moriens, curans. Solo uno sguardo cordiale e inclusivo sull’intero della vita personale (e dunque, già da sempre, interpersonale), può abbracciare il doppio volto – fragile e prezioso – della finitezza, all’origine della differenza fra limite e ferita, fra vulnerabilità ontologica e fallibilità morale. Da questo scenario etico-antropologico, di cui si debbono rintracciare le coordinate, la bioetica deve lasciarsi costantemente ammaestrare (nella elaborazione del proprio statuto epistemologico, prima ancora che nella definizione di un catalogo prescrittivo, più o meno severo o “trattabile”), ripensandosi nella forma di etica della cura, nell'accezione ampia del termine.
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