I “ruggenti anni Venti”, noti anche come “l’Età del jazz” grazie alla definizione partorita da F. Scott Fitzgerald, sono diventati un vero e proprio mito della modernità transatlantica e occidentale anche e proprio in quanto mito del Modernismo americano. Il “decennio più raccontato e messo in caricatura della storia statunitense”, come è stato descritto, è infatti ricchissimo di capolavori indiscussi, e come tali subito riconosciuti e osannati, oltre che di opere meteoriche di rapida fortuna e altrettanto rapida eclissi, resoconti e testimonianze ancillari, apologie e ritrattazioni, poi reso ancor più fertile e spettacolare dal poliedrico lavoro critico che si è susseguito ininterrotto nel corso del Novecento fin dentro ai primi decenni del nuovo millennio. A fronte dell’appariscenza e della spropositata dilatazione di questo periodo, il presente saggio vuole, di converso, contrarre l’attenzione su un singolo testo, un racconto brevissimo, dimesso, nonché spesso dismesso dalla critica: The Lost Decade (Il decennio perduto) dell’ultimissimo Fitzgerald, apparso nel dicembre del 1939, un anno esatto prima dell’improvvisa morte dello scrittore, non più riconoscibile come “il golden boy del 1920”. Eppure nel paradosso tutto modernista che caratterizza questo raccontino – paradosso che si genera dalla concisione estrema del discorso a fronte dell’epocale estensione cronologica compressa nelle brevi sequenze della storia (gli anni Venti e Trenta) – Fitzgerald riesce a rievocare il mito dell’Età del jazz nel momento stesso in cui con perfetto controllo formale ne scrive, commosso e spietato, l’elegia critica, o meglio, potremmo dire, data la brevità delle 1170 parole che lo costituiscono, l’epigramma di commiato.
Il mito dell'Età del Jazz e la sua elegia: "The Lost Decade" di F. Scott Fitzgerald
NORI, Giuseppe
2015-01-01
Abstract
I “ruggenti anni Venti”, noti anche come “l’Età del jazz” grazie alla definizione partorita da F. Scott Fitzgerald, sono diventati un vero e proprio mito della modernità transatlantica e occidentale anche e proprio in quanto mito del Modernismo americano. Il “decennio più raccontato e messo in caricatura della storia statunitense”, come è stato descritto, è infatti ricchissimo di capolavori indiscussi, e come tali subito riconosciuti e osannati, oltre che di opere meteoriche di rapida fortuna e altrettanto rapida eclissi, resoconti e testimonianze ancillari, apologie e ritrattazioni, poi reso ancor più fertile e spettacolare dal poliedrico lavoro critico che si è susseguito ininterrotto nel corso del Novecento fin dentro ai primi decenni del nuovo millennio. A fronte dell’appariscenza e della spropositata dilatazione di questo periodo, il presente saggio vuole, di converso, contrarre l’attenzione su un singolo testo, un racconto brevissimo, dimesso, nonché spesso dismesso dalla critica: The Lost Decade (Il decennio perduto) dell’ultimissimo Fitzgerald, apparso nel dicembre del 1939, un anno esatto prima dell’improvvisa morte dello scrittore, non più riconoscibile come “il golden boy del 1920”. Eppure nel paradosso tutto modernista che caratterizza questo raccontino – paradosso che si genera dalla concisione estrema del discorso a fronte dell’epocale estensione cronologica compressa nelle brevi sequenze della storia (gli anni Venti e Trenta) – Fitzgerald riesce a rievocare il mito dell’Età del jazz nel momento stesso in cui con perfetto controllo formale ne scrive, commosso e spietato, l’elegia critica, o meglio, potremmo dire, data la brevità delle 1170 parole che lo costituiscono, l’epigramma di commiato.File | Dimensione | Formato | |
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