Il testo originale del Peri phyton è perduto, e il trattato che leggiamo in greco, edito per la prima volta nei Geoponica (1539), e incluso in tutte le edizioni del Corpus Aristotelicum, a partire dalla seconda edizione di Basilea (1539), è la retroversione greca (anonima) condotta sulla traduzione latina, condotta a sua volta su una traduzione araba di una traduzione siriaca. Si distinguono cinque traduzioni (siriaca, araba, ebraica, latina, greca), su cui si basa la nostra conoscenza del trattato. Il Medioevo latino attribuisce quasi unanimemente il trattato ad Aristotele. L’attribuzione a Nicola di Damasco (un peripatetico vissuto nel I sec. a.C.) si è imposta con l’edizione della versione latina (di Alfred of Sareshel), curata da Ernst H.F. Meyer. Il trattato ha un carattere peculiare nell’ambito della botanica antica, in quanto affronta temi discussi principalmente in ambito biologico e filosofico: se la pianta sia un essere vivente, quale tipo di ‘anima’ abbia, se sia capace di percepire, se i sessi siano in essa distinti, e in genere quali caratteristiche tipiche della fisiologia animale sia possibile riconoscere anche nella pianta. Esso ha costituito nel Medioevo e nel Rinascimento una delle fonti antiche più lette, come dimostrano, tra gli altri, il De vegetabilibus di Alberto Magno, e il commento della retroversione greca da parte di Giulio Cesare Scaligero. Il testo greco stampato a fronte della traduzione è (tranne in alcuni punti, segnalati e discussi nelle note) quello dell’edizione del 1989, curata da H.J. Drossaart Lulofs (editore delle versioni orientali) e E.L.J. Poortman (editore della versione latina e greca). La traduzione integrale è la prima in italiano.

[Aristotele] Le Piante

FERRINI, Maria Fernanda
2012

Abstract

Il testo originale del Peri phyton è perduto, e il trattato che leggiamo in greco, edito per la prima volta nei Geoponica (1539), e incluso in tutte le edizioni del Corpus Aristotelicum, a partire dalla seconda edizione di Basilea (1539), è la retroversione greca (anonima) condotta sulla traduzione latina, condotta a sua volta su una traduzione araba di una traduzione siriaca. Si distinguono cinque traduzioni (siriaca, araba, ebraica, latina, greca), su cui si basa la nostra conoscenza del trattato. Il Medioevo latino attribuisce quasi unanimemente il trattato ad Aristotele. L’attribuzione a Nicola di Damasco (un peripatetico vissuto nel I sec. a.C.) si è imposta con l’edizione della versione latina (di Alfred of Sareshel), curata da Ernst H.F. Meyer. Il trattato ha un carattere peculiare nell’ambito della botanica antica, in quanto affronta temi discussi principalmente in ambito biologico e filosofico: se la pianta sia un essere vivente, quale tipo di ‘anima’ abbia, se sia capace di percepire, se i sessi siano in essa distinti, e in genere quali caratteristiche tipiche della fisiologia animale sia possibile riconoscere anche nella pianta. Esso ha costituito nel Medioevo e nel Rinascimento una delle fonti antiche più lette, come dimostrano, tra gli altri, il De vegetabilibus di Alberto Magno, e il commento della retroversione greca da parte di Giulio Cesare Scaligero. Il testo greco stampato a fronte della traduzione è (tranne in alcuni punti, segnalati e discussi nelle note) quello dell’edizione del 1989, curata da H.J. Drossaart Lulofs (editore delle versioni orientali) e E.L.J. Poortman (editore della versione latina e greca). La traduzione integrale è la prima in italiano.
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